Articolo · Valutazione nell’adulto

ADHD: riconoscersi non basta. Come si arriva davvero a una diagnosi nell’adulto

Un percorso astratto conduce a una porta aperta, simbolo del cammino verso la valutazione dell’ADHD nell’adulto

Oggi la parola ADHD è ovunque.

Social, video, podcast, reel, test online. Ti distrai? ADHD. Procrastini? ADHD. Hai troppe idee? ADHD. Non sopporti la noia? ADHD. Ti concentri per ore su ciò che ami? Allora qualcuno ti dirà: hyperfocus, quindi ADHD.

Capisco perché succede. Quando una descrizione sembra raccontare pezzi della nostra vita, riconoscersi può essere potente. A me è successo. Ma proprio per questo credo che oggi sia necessario fare una distinzione molto netta: riconoscersi non significa diagnosticarsi.

La diffusione dei contenuti sull’ADHD ha aumentato la consapevolezza, ma ha portato anche molta informazione semplificata o sbagliata. Studi recenti sui contenuti social hanno trovato una quota elevata di video ADHD fuorvianti e, nei contenuti dedicati ai cosiddetti «test ADHD», un rischio concreto di trasformare comportamenti comuni in prove di una diagnosi che, invece, richiede una valutazione clinica.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere: «Mi riconosco in tre video, sono ADHD?». La domanda più utile è: «Queste difficoltà formano un pattern stabile, presente da molto tempo, che influenza realmente più aree della mia vita e che merita una valutazione professionale?»

Non basta essere distratti

Tutti procrastiniamo qualche volta. Tutti perdiamo le chiavi. Tutti possiamo iniziare qualcosa e non finirlo. Tutti possiamo attraversare periodi nei quali siamo disorganizzati, stanchi, ansiosi o incapaci di concentrarci.

Un singolo comportamento non fa una diagnosi.

L’ADHD è una condizione del neurosviluppo caratterizzata da un pattern persistente di inattenzione e/o iperattività-impulsività che interferisce con il funzionamento o con lo sviluppo. La valutazione non fotografa una giornata storta: ricostruisce una storia.

Secondo i criteri DSM-5, dai 17 anni in poi sono richiesti almeno cinque sintomi di inattenzione e/o cinque di iperattività-impulsività, ma il numero non basta. Alcuni sintomi devono essere stati presenti prima dei 12 anni, devono comparire in almeno due contesti importanti della vita e devono determinare una compromissione significativa del funzionamento.

Questo è il primo punto che spesso si perde nei social: una checklist non racconta da sola né l’infanzia, né il lavoro, né le relazioni, né le strategie di compensazione costruite in decenni.

Come viene valutato davvero l’ADHD nell’adulto

Una valutazione seria non cerca soltanto quanti sintomi hai. Cerca di capire da quanto tempo ci sono, dove compaiono, quanto incidono sulla tua vita e se esiste una spiegazione migliore.

Le linee guida NICE indicano che la diagnosi deve basarsi su una valutazione clinica e psicosociale completa, sulla storia evolutiva e psichiatrica, sulle informazioni relative ai diversi contesti della vita e, quando disponibili, sui resoconti di altre persone. Le scale di valutazione possono aiutare, ma non devono essere utilizzate da sole per formulare una diagnosi.

Nell’adulto possono essere usati strumenti strutturati o semistrutturati. Tra questi c’è la DIVA-5, un’intervista basata sui criteri DSM-5; la versione italiana è stata validata nel 2025. Anche l’ASRS può essere utile come strumento di screening. Ma screening e diagnosi sono due cose diverse.

In pratica, una buona valutazione ricostruisce la storia personale ed evolutiva, osserva inattenzione e iperattività-impulsività nella vita adulta, misura l’impatto sul funzionamento, raccoglie quando possibile informazioni sull’infanzia e soprattutto verifica se ansia, depressione, problemi del sonno, altre condizioni neuroevolutive, uso di sostanze o altre condizioni cliniche possano spiegare meglio il quadro oppure coesistere con l’ADHD.

Il professionista non dovrebbe cercare a tutti i costi l’ADHD. Dovrebbe cercare di capire la persona.

La mia storia: 62 anni prima di trovare una parola

Io non sono arrivato alla valutazione pensando da sessant’anni: «Ho l’ADHD». Ho vissuto. Ho compensato. Ho sbagliato. Ho corso. Ho fatto sport. Ho lavorato. Ho studiato nel mio modo. Ho iniziato progetti, ne ho conclusi alcuni e ne ho lasciati altri sospesi. Per una parte enorme della mia vita ho semplicemente pensato che quello fosse il mio carattere.

La seconda edizione di ADHD – Un’avventura invisibile nasce proprio da questo: un uomo che a 62 anni trova una chiave che gli permette di rileggere tutta la propria storia, non per costruirsi una giustificazione ma per comprenderla.

La mia mente è sempre stata piena. Idee, cartelle, appunti, progetti, possibilità. Posso iniziare la giornata con una cosa e, mentre la faccio, vederne già altre tre. Poi cinque. Poi dieci. All’inizio può sembrare creatività, e in parte lo è. Ma quando il tavolo mentale diventa troppo pieno, l’energia si trasforma in sovraccarico.

Per me uno dei problemi più evidenti è sempre stato questo: input continuo, output molto più difficile.

Inizio. Mi entusiasmo. Apro una nuova strada. Poi ne vedo un’altra. E un’altra ancora. Il multitasking, che per anni mi sembrava una qualità, può diventare un continuo task switching: passare rapidamente da un compito all’altro, pagandone ogni volta il costo in attenzione, energia e capacità di concludere.

Nel mio libro descrivo questa sensazione come una stanza piena di porte aperte. Dietro ogni porta c’è un pensiero, un ricordo, un progetto, una paura, un’idea, qualcosa da fare. Il problema non è che manchi qualcosa. Il problema, spesso, è che ce n’è troppo tutto insieme.

Procrastinazione da una parte, tunnel dall’altra

Poi c’è una contraddizione che ha accompagnato tutta la mia vita. Se una cosa non mi interessa posso rimandarla incredibilmente a lungo. So che devo farla. La vedo. Ci penso. Mi crea anche ansia. Eppure non parto.

Finché la scadenza non arriva così vicino da trasformare il compito in un’emergenza. A quel punto parto, spesso al massimo.

Dall’altra parte ci sono le cose che mi accendono. Lì può succedere l’opposto. Entro in quello che io chiamo il tunnel: mi concentro, vado avanti, dimentico il tempo e posso continuare fino allo sfinimento.

Questa esperienza viene spesso chiamata hyperfocus. È un fenomeno descritto da molte persone con ADHD, ma non è un criterio diagnostico DSM-5 e non dimostra, da solo, la presenza dell’ADHD. Anche persone senza ADHD possono vivere periodi di concentrazione molto intensa.

Quindi: riconoscersi può aprire una domanda. Diagnosticarsi da soli no.

Alta sensibilità, emozioni e ADHD: attenzione alle sovrapposizioni

Nel mio caso c’è anche una forte sensibilità agli stimoli e alle emozioni. È una parte importante della mia esperienza, ma proprio perché parliamo di diagnosi dobbiamo essere precisi: alta sensibilità e ADHD non sono sinonimi.

Una persona può sentirsi molto sensibile, intensa, facilmente sovraccaricata o emotivamente reattiva. Queste caratteristiche possono intrecciarsi con l’esperienza ADHD, ma non sono sufficienti per una diagnosi.

Lo stesso vale per l’autostima. Anni passati a sentirsi disorganizzati, in ritardo, inconcludenti o «troppo» possono modificare profondamente il modo in cui ci giudichiamo. Ma la bassa autostima non è un test ADHD. È una possibile conseguenza di una storia, non una prova diagnostica.

Lo sport: la mia compensazione prima ancora di sapere cosa stessi compensando

Poi c’è stato lo sport. Per tutta la vita il movimento ha avuto per me una funzione enorme. Allenarmi, muovermi, stancarmi fisicamente mi aiutava a regolare energia, tensione e attenzione.

Guardando indietro, considero l’attività sportiva una delle mie strategie spontanee di compensazione più importanti.

Ma anche qui bisogna evitare le semplificazioni. Non possiamo ridurre l’ADHD a «mancanza di dopamina» e non possiamo dire che lo sport curi l’ADHD. La neurobiologia è molto più complessa. La ricerca suggerisce però che l’attività fisica possa avere effetti favorevoli su alcuni sintomi, sul benessere e su aspetti delle funzioni esecutive.

Nel mio caso il corpo è stato un regolatore molto prima che sapessi che avevo qualcosa da regolare.

Prima l’ansia. Poi una domanda diversa

C’è un passaggio della mia storia che considero fondamentale. Non sono arrivato a tutto questo perché volevo a tutti i costi una diagnosi di ADHD.

Sono arrivato a chiedere aiuto anche attraverso un periodo di forte sovraccarico, burnout e Disturbo d’Ansia Generalizzato. Avevo portato troppo a lungo troppi pensieri, troppe responsabilità, troppe situazioni e troppi «sì». A un certo punto il sistema ha presentato il conto.

Ed è proprio qui che la diagnosi differenziale diventa decisiva. L’ansia può rendere difficile concentrarsi. La depressione può ridurre iniziativa e attenzione. Un sonno insufficiente può compromettere memoria e funzioni esecutive. Altre condizioni possono condividere alcuni comportamenti. E contemporaneamente ansia e ADHD possono anche coesistere.

La valutazione deve ricostruire il puzzle, non scegliere frettolosamente un’etichetta.

Nel mio percorso, dopo essermi riconosciuto in alcune descrizioni dell’ADHD, non mi sono fermato ai video e alle letture. Ho cercato una valutazione professionale e sono arrivato al dottor Marco Andrea Demartini, psichiatra. È stato il passaggio dalla domanda alla valutazione clinica.

Un contenuto può farti nascere una domanda. Un professionista qualificato deve aiutarti a cercare la risposta.

La diagnosi tardiva non crea il passato. Lo rende più leggibile

Quando ricevi una diagnosi a 62 anni succede una cosa strana. Non diventi improvvisamente ADHD. Quella parola non crea il tuo passato.

Ti permette però di rileggerlo con una mappa diversa.

La scuola. La dislessia. La difficoltà con alcuni compiti. Il bisogno di movimento. Il multitasking. I progetti iniziati. La procrastinazione. Il sovraccarico. Le fasi di concentrazione estrema. Alcuni pezzi che sembravano indipendenti possono iniziare a dialogare tra loro.

Ma anche dopo una diagnosi bisogna mantenere prudenza. È facile guardare indietro e attribuire tutto all’ADHD. Non funziona così. Io sono anche la mia educazione, il mio carattere, le mie esperienze, lo sport, le persone incontrate, i miei errori, le mie capacità, i DSA e mille altre variabili.

Una buona diagnosi spiega qualcosa. Non deve spiegare tutto.

E quella sensazione di non avere mai fatto abbastanza?

Forse questa è una delle parti più invisibili della mia esperienza. Posso terminare qualcosa su cui ho lavorato moltissimo. Per qualche minuto sono soddisfatto. Poi mentalmente è quasi come se venisse archiviato e cancellato. La mente vede immediatamente ciò che manca e quello che viene dopo.

Così può accadere una cosa paradossale: gli altri ti dicono «Ma hai fatto tantissime cose». E dentro di te continui a rispondere: «Non ho fatto niente».

Nel tempo questo può erodere l’autostima. Non perché sentirsi insoddisfatti sia un criterio dell’ADHD, ma perché anni di incompiutezza percepita, confronti, richiami, errori e obiettivi rincorsi possono lasciare una traccia.

Anche questo non si vede in una checklist. Si vede nella storia.

Quindi: come faccio a sapere se sono ADHD?

Non cercando una caratteristica che ti assomiglia. Cercando un pattern.

Da quanto tempo accade? C’erano segnali compatibili già nell’infanzia? Succede soltanto in un periodo difficile oppure attraversa la tua storia? Compare soltanto sul lavoro o anche nella gestione domestica, nelle relazioni, nello studio e nella gestione del tempo? Quanto compromette realmente il tuo funzionamento? Esistono altre spiegazioni possibili?

E soprattutto: chi sta valutando tutto questo?

Un questionario online può essere uno screening. Una testimonianza può farti riconoscere. Un libro può aprirti una domanda. Un coach può aiutarti, entro i limiti del proprio ruolo, a lavorare su organizzazione, obiettivi, abitudini e strategie.

Ma nessuno di questi elementi, da solo, sostituisce una valutazione clinica qualificata.

Il coaching non formula diagnosi, non prescrive farmaci e non sostituisce psicologo, psicoterapeuta, psichiatra o medico. Il suo terreno, quando appropriato, è il qui e ora: come organizzo la giornata? Come scelgo le priorità? Come porto a termine ciò che inizio? Come riconosco il sovraccarico prima del crollo? Come costruisco strumenti concreti e sostenibili?

Non cerchiamo più etichette. Cerchiamo persone da capire

Non mi piace l’idea che qualunque persona distratta debba definirsi ADHD dopo quattro video. Ma mi piace ancora meno l’idea opposta: che una persona possa trascorrere decenni pensando di essere pigra, incoerente o incapace perché nessuno ha mai cercato di capire il suo funzionamento.

La risposta non è diagnosticare tutti. La risposta non è negare l’ADHD. La risposta è valutare meglio.

Con storia. Con competenza. Con diagnosi differenziale. Con prudenza. E soprattutto guardando la persona prima dell’etichetta.

Nel mio caso quella parola è arrivata a 62 anni. Non ha cambiato quello che avevo fatto. Non ha cancellato gli errori. Non ha trasformato improvvisamente le difficoltà in superpoteri.

Ha fatto qualcosa di più semplice: mi ha permesso di rileggere la mia vita con una mappa diversa.

E forse è proprio questo che dovrebbe fare una buona diagnosi: non dirti chi sei, ma aiutarti a capire meglio ciò che fino a ieri non riuscivi a spiegare.

Per continuare il viaggio: ADHD – Un’avventura invisibile

La mia esperienza della diagnosi tardiva, della dislessia, del rumore mentale, della compensazione, del multitasking, dello sport e della ricerca di una direzione è raccontata in ADHD – Un’avventura invisibile – Seconda edizione.

Non è un manuale diagnostico e non vuole convincerti che tu abbia ADHD. È una storia personale, riorganizzata dopo la scoperta tardiva della mia neurodivergenza, con un obiettivo molto semplice: aiutare chi si riconosce in alcune domande a conoscersi meglio e, quando serve, a rivolgersi alla persona giusta.

Copertina ufficiale di ADHD – Un’avventura invisibile, seconda edizione

ADHD – Un’avventura invisibile – Seconda edizione

@TheShadow – Alessandro Schiasselloni

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