Articolo guida · ADHD e apprendimento

LA LAUREA MISURA UN PERCORSO.
NON MISURA UNA PERSONA.

ADHD, dislessia, iperfocus e le strade non lineari di chi ha imparato fuori dai binari accademici

Questo non è un articolo contro l’università.

La domanda sbagliata

Ci sono persone che, quando incontrano qualcuno, fanno quasi senza accorgersene una domanda silenziosa: «Che titolo hai?». In alcuni contesti è una domanda necessaria. Se devo scegliere un medico, un ingegnere o un professionista che esercita una professione regolamentata, voglio sapere se possiede la formazione e le abilitazioni richieste. Sarebbe assurdo sostenere il contrario.

Il problema nasce quando quel criterio esce dal suo campo e pretende di diventare universale. Quando il numero delle lauree, dei master o delle certificazioni smette di descrivere un percorso formativo e comincia a essere usato per stabilire chi “vale” e chi no. È lì che un pezzo di carta rischia di trasformarsi da strumento di conoscenza in strumento di gerarchia.

Una laurea certifica che una persona ha completato un determinato percorso accademico. È una cosa importante. Può richiedere disciplina, memoria, metodo, sacrificio, capacità di studio e anni di lavoro. Ma non certifica automaticamente creatività, intuizione, capacità di relazione, coraggio, visione, competenza pratica, talento artistico, capacità imprenditoriale o intelligenza applicata alla vita reale.

Soprattutto, non ci dice tutto su come quella persona impara.

Io questa storia non la guardo da fuori

Per me questo argomento non è teorico. È biografico.

Io sono ADHD e sono dislessico. A queste caratteristiche si aggiungono il daltonismo e una componente di ipermetropia. Non metto tutto nello stesso contenitore: ADHD e dislessia appartengono all’area neuroevolutiva, mentre daltonismo e ipermetropia riguardano altri aspetti del funzionamento visivo. Ma, nella vita concreta, tutte queste caratteristiche hanno contribuito a rendere il mio modo di leggere, imparare, osservare e organizzare le informazioni diverso da quello che la scuola tradizionale considera più lineare.

Non uso queste caratteristiche come alibi. E non le uso neppure come medaglie. Non credo alla retorica secondo cui “avere ADHD significa essere geniali” o “essere dislessici rende automaticamente creativi”. Sarebbe un’altra semplificazione, solo con il segno opposto.

Quello che posso dire, però, è che per molti anni mi è capitato di capire molto più di quanto riuscissi a mostrare nel formato richiesto. La dislessia poteva rendere più faticosa la strada tra ciò che avevo capito e ciò che riuscivo a restituire attraverso la lettura o la scrittura. L’ADHD, invece, rendeva il rapporto con l’attenzione molto meno lineare: alcune cose sembravano non agganciarmi affatto; altre mi catturavano in modo quasi totale.

Così, come accade a molte persone con un profilo non lineare, ho dovuto cercare una strada che avesse senso per il mio cervello. Ho studiato moltissimo, ma raramente in modo “classico”. Ho imparato attraverso corsi, esperienze, persone, lavoro sul campo, osservazione, sport, errori, libri letti quando diventavano necessari, collegamenti improvvisi, prove, correzioni e ritorni.

A un certo punto ho capito che il mio problema non era l’assenza di curiosità. Era quasi il contrario: avevo bisogno che la curiosità si accendesse.

ADHD e attenzione: non è semplicemente «non riesco a concentrarmi»

L’ADHD viene spesso raccontato con una formula troppo povera: deficit di attenzione. Ma l’esperienza reale può essere più complessa. In molte persone la difficoltà riguarda anche la regolazione dell’attenzione: avviarla, mantenerla, spostarla, interromperla e orientarla verso ciò che in quel momento sarebbe importante fare.

È qui che entra in gioco il termine “iperfocus”. La ricerca scientifica ha documentato che molti adulti con elevata sintomatologia ADHD riferiscono episodi di concentrazione molto intensa e prolungata. Ma è importante essere precisi: l’iperfocus non è un criterio diagnostico dell’ADHD e gli studi non sono tutti concordi nel considerarlo specifico dell’ADHD. Alcune ricerche trovano un’associazione significativa, altre mostrano che esperienze simili possono comparire anche senza ADHD.

Questa precisazione non indebolisce il concetto. Lo rende più serio. Perché evita di trasformare una esperienza soggettiva reale in uno slogan.

Per me l’iperfocus è stato spesso il luogo in cui una difficoltà diventava una risorsa. Quando qualcosa mi interessava davvero, potevo restarci dentro a lungo, collegare informazioni apparentemente lontane, costruire mappe, trovare soluzioni, studiare con un’intensità che in altri contesti non riuscivo a ottenere. Ma l’iperfocus ha anche un rovescio: può far perdere la percezione del tempo, rendere difficile interrompersi, far trascurare altre priorità. Non è un superpotere. È una modalità attentiva che va conosciuta e gestita.

E forse è proprio qui che la scuola, il lavoro e la formazione degli adulti avrebbero bisogno di una domanda diversa. Non soltanto: «Quanto riesci a stare fermo su quello che ti assegno?». Ma anche: «Che cosa accende la tua attenzione? Come impari meglio? In quali condizioni riesci a trasformare interesse in competenza?».

ADHD, dislessia e autismo: sovrapposizioni sì, equivalenze no

C’è un’altra semplificazione che vale la pena correggere. ADHD e autismo possono coesistere e la ricerca mostra aree di sovrapposizione tra alcuni tratti e processi. Ma non è corretto dire che l’ADHD “si porta sempre dietro forme autistiche”. Sono condizioni distinte, che possono presentarsi insieme oppure separatamente.

Lo stesso vale per ADHD e dislessia. La co-occorrenza è ben documentata e gli studi mostrano che disturbi dell’apprendimento e ADHD possono presentarsi insieme con una frequenza importante. Tuttavia, anche qui, una condizione non causa automaticamente l’altra e la maggioranza delle persone con una di queste condizioni non necessariamente possiede tutte le altre.

Questa distinzione per me è importante perché la neurodiversità non dovrebbe diventare una nuova etichetta totale. Dovrebbe aiutarci a vedere profili differenti, combinazioni differenti, bisogni differenti e – quando ci sono – anche risorse differenti.

La mia Regola dei Primi 3 Secondi

Da questo modo di funzionare nasce anche una parte del mio lavoro e della mia scrittura. La Regola dei Primi 3 Secondi non è nata in un laboratorio universitario. È nata dall’osservazione di come funziono e di come funzionano molte persone che ho incontrato.

Quando il pensiero non procede sempre in fila ordinata, spesso arriva prima come immagine, sensazione, associazione, percezione globale. Il rischio è che, subito dopo, quel segnale venga coperto dal rumore: dai dubbi, dalle aspettative degli altri, dalla necessità di “spiegare bene”, dall’ansia di avere la risposta perfetta.

I primi tre secondi, per me, rappresentano simbolicamente quello spazio iniziale. Non sono magia e non sostituiscono il ragionamento. Sono il momento in cui imparare ad ascoltare il primo segnale prima di sottoporlo alla verifica, all’analisi e alla scelta.

Forse proprio perché per anni non sono riuscito a esprimere tutto ciò che avevo dentro con i canali tradizionali, ho dovuto imparare ad ascoltare canali diversi.

Quando il percorso non è accademico: alcune biografie che fanno pensare

La storia non dimostra che “studiare non serve”. Dimostra qualcosa di molto più interessante: esistono modi diversi di costruire competenza. Alcuni passano dall’università. Altri dall’apprendistato, dal lavoro, dall’arte, dall’esperienza, dalla pratica deliberata, dall’autoformazione o da percorsi accademici iniziati e poi lasciati.

Le persone che seguono non sono tutte uguali e non hanno tutte ADHD o dislessia. Sarebbe scorretto suggerirlo. Sono qui per un’unica ragione: mostrano quanto sia fragile l’equazione “assenza di laurea = assenza di valore”.

Il punto non è dimostrare che l’università non serve. Il punto è smettere di usare l’università come unità di misura dell’essere umano.

Roberto Benigni – cinema e cultura

Si diploma in ragioneria all’Istituto tecnico commerciale Datini di Prato e non segue un percorso universitario ordinario. Diventa attore, regista, sceneggiatore e interprete di Dante, fino al riconoscimento internazionale di La vita è bella. Le lauree ricevute in seguito sono honoris causa. La sua biografia è un promemoria semplice: si può non appartenere all’accademia e, nello stesso tempo, diventare un divulgatore capace di portare Dante davanti a milioni di persone.

Massimo Troisi – teatro e cinema

La sua esperienza scolastica fu difficile: Treccani ricorda che frequentò senza successo un istituto per geometri. A quindici anni iniziò a recitare. Il resto della sua formazione avvenne sul palcoscenico, nella scrittura, nel lavoro sul corpo e nella costruzione di una voce artistica irripetibile.

Federico Fellini – cinema

Dopo il liceo classico si iscrisse a Giurisprudenza a Roma, ma non sostenne esami. Prima ancora del cinema lavorò con vignette, caricature, giornali e scrittura. La traiettoria che lo portò a diventare uno dei registi italiani più influenti del Novecento non passò dalla conclusione di una laurea.

Leonardo Del Vecchio – industria

Uscì dal collegio dei Martinitt a quattordici anni, iniziò come garzone e seguì corsi serali di disegno e incisione a Brera mentre lavorava. Quelle competenze artigianali diventarono il seme di Luxottica. Ricevette più tardi lauree honoris causa, ma il suo sapere professionale era nato prima, nel lavoro, nell’osservazione e nell’apprendistato.

Brunello Cucinelli – impresa e moda

Diplomato geometra, si iscrisse a Ingegneria e racconta di aver frequentato per circa tre anni sostenendo un solo esame. Ha definito il bar del paese una sorta di “università della vita”: discussioni, persone, filosofia, osservazione. Da lì, e dalla moda, costruì un’impresa internazionale del cashmere e un modello imprenditoriale fondato sulla dignità del lavoro.

Giorgio Armani – moda

Iniziò Medicina all’Università di Milano, ma lasciò gli studi dopo pochi anni. Entrò poi alla Rinascente, imparò il mestiere sul campo e sviluppò una visione della moda che avrebbe trasformato la giacca e l’eleganza contemporanea. Il suo percorso mostra che cambiare strada non equivale necessariamente a fallire quella precedente.

Enzo Ferrari – industria e sport

Interruppe gli studi tecnici da giovane. Il suo apprendistato fu fatto di officina, meccanica, corse, intuizione e organizzazione. Arrivò a costruire uno dei marchi industriali e sportivi più riconoscibili al mondo e, significativamente, dedicò poi grande attenzione alla formazione tecnica e professionale dei giovani.

Steve Jobs – tecnologia e design

Lasciò Reed College dopo sei mesi, continuando però a seguire liberamente corsi che lo interessavano. Nel celebre discorso di Stanford raccontò come un corso di calligrafia, apparentemente “inutile”, avrebbe influenzato anni dopo la tipografia del Macintosh. È forse uno degli esempi più chiari di apprendimento non lineare: non rifiuto della conoscenza, ma selezione radicale di ciò che accendeva curiosità e visione.

Bill Gates – tecnologia

Lasciò Harvard prima della laurea per dedicarsi a Microsoft. Anni dopo, parlando proprio ad Harvard, ricordò con ironia di essere stato uno dei suoi dropout più celebri, sottolineando però quanto gli anni universitari lo avessero comunque trasformato. Anche questo è importante: abbandonare un percorso non significa che quel percorso non abbia avuto valore.

Mark Zuckerberg – tecnologia e media

Lasciò Harvard per sviluppare Facebook e vi tornò anni dopo per ricevere una laurea honoris causa e tenere il discorso di commencement. Il punto non è celebrare l’abbandono dell’università, ma osservare che un percorso incompleto può convivere con una capacità di costruzione e impatto enorme.

Michael Dell – tecnologia e impresa

Fondò la società che sarebbe diventata Dell mentre era studente al primo anno della University of Texas. Alla fine del primo anno lasciò gli studi per dedicarsi all’impresa. È un altro caso in cui apprendimento tecnico, mercato e sperimentazione pratica si sono intrecciati più velocemente del percorso accademico.

Richard Branson – impresa

Lasciò la scuola a sedici anni e ha parlato pubblicamente della propria dislessia. Ha descritto più volte l’apprendimento “facendo” come il suo ambiente naturale e ha costruito il gruppo Virgin attraverso iniziative imprenditoriali molto diverse. Il suo caso è particolarmente significativo perché collega direttamente difficoltà scolastiche, dislessia e ricerca di modalità alternative per imparare e creare.

Ralph Lauren – moda e impresa

Studiò business al Baruch College ma non conseguì la laurea. La biografia aziendale ricorda che iniziò disegnando cravatte e sviluppò progressivamente un linguaggio estetico diventato un marchio globale. Anche qui il sapere decisivo fu costruito attraverso gusto, pratica, mercato e visione.

Ernest Hemingway – letteratura e giornalismo

Non seguì un percorso universitario: a diciassette anni iniziò a lavorare in una redazione giornalistica. Quel mestiere, con la sua disciplina di frasi brevi e chiarezza, contribuì alla formazione dello stile che avrebbe influenzato la narrativa del Novecento e gli sarebbe valso il Nobel per la Letteratura nel 1954.

Sir Jackie Stewart – sport e dislessia

Tre volte campione del mondo di Formula 1, lasciò la scuola a quindici anni e scoprì solo più tardi di avere una dislessia severa. Ha raccontato quanto la scuola lo avesse fatto sentire incapace e come lo sport gli abbia permesso, per la prima volta, di sperimentare competenza e riconoscimento. È uno dei casi più potenti per comprendere quanto un contesto possa far apparire una persona “debole” in un dominio e straordinaria in un altro.

Michael Schumacher – sport

Lasciò la scuola e lavorò come apprendista meccanico prima che la carriera automobilistica diventasse a tempo pieno. Divenne poi sette volte campione del mondo di Formula 1. La sua traiettoria ricorda che, nello sport ad altissimo livello, competenza tecnica, apprendimento procedurale, disciplina e capacità di prestazione possono svilupparsi fuori dall’università.

Lewis Hamilton – sport e dislessia

Hamilton ha raccontato di aver scoperto a sedici anni di essere dislessico e di aver faticato a scuola. Ha descritto il motorsport come il luogo in cui riusciva finalmente a sentirsi competente. Il suo esempio non dimostra che la dislessia produca talento sportivo; dimostra che una difficoltà scolastica non esaurisce il potenziale di una persona.

La cosa più pericolosa non è avere titoli. È usarli per guardare dall’alto.

Tutte queste biografie hanno un rischio: possono essere lette male. Possono diventare la scusa di chi dice ai ragazzi: «Lascia perdere la scuola, tanto Steve Jobs non era laureato». Sarebbe una conclusione sciocca e pericolosa.

Steve Jobs, Bill Gates e Mark Zuckerberg non dimostrano che l’università sia inutile. Dimostrano che persone eccezionali, in condizioni eccezionali, possono costruire traiettorie diverse. Leonardo Del Vecchio non dimostra che un ragazzo debba smettere di studiare a quattordici anni. Dimostra che un ragazzo che a quattordici anni deve lavorare non ha per questo un’intelligenza inferiore a chi ha avuto la possibilità di studiare fino a trent’anni.

Jackie Stewart non dimostra che la dislessia sia un vantaggio. Dimostra quanto sia devastante confondere una difficoltà specifica con un giudizio globale sulla persona.

Ed è qui che torno al punto iniziale.

Il problema non è avere una laurea. Averne una, due o tre può essere un risultato straordinario. Il problema è usare i propri titoli come un piedistallo da cui giudicare chi ha imparato attraverso altri percorsi.

Il problema non è avere una laurea. Il problema è usare i propri titoli come un piedistallo da cui giudicare chi ha imparato attraverso altri percorsi.

La conoscenza autentica, paradossalmente, dovrebbe produrre l’effetto opposto: più impari, più comprendi la vastità di ciò che non sai; più incontri discipline diverse, più diventa difficile ridurre un essere umano a una voce del curriculum.

La scuola dovrebbe essere una porta, non un tribunale

La mia idea di scuola e di formazione non è quella di abbassare l’asticella. È quella di moltiplicare le porte.

Alcune persone imparano leggendo. Altre ascoltando. Alcune hanno bisogno di scrivere e riscrivere. Altre di vedere un gesto, provarlo, sbagliare e ripeterlo. Alcune rendono meglio dentro una struttura molto definita. Altre hanno bisogno di capire prima il senso, poi costruiscono la struttura.

Non tutto è equivalente e non tutto può essere personalizzato all’infinito. Ma tra l’anarchia e un unico modello di apprendimento esiste un territorio enorme: quello della didattica intelligente, della curiosità, delle strategie compensative, del coaching, del tutoring, delle tecnologie, della pratica e della responsabilità personale.

Per chi ha ADHD o dislessia, quel territorio può fare una differenza enorme. Non perché debba ricevere sconti sul risultato, ma perché può avere bisogno di una strada diversa per arrivarci.

Io, nel mio percorso, ho imparato questo: quando smetti di cercare di diventare bravo nel modo in cui gli altri hanno deciso che dovresti esserlo, puoi finalmente cominciare a capire in quale modo puoi diventare bravo davvero.

@TheShadow – Alessandro Schiasselloni

Un titolo può dire molto del percorso che hai fatto. Non può dire tutto della persona che sei.

Nota scientifica

Questo articolo unisce esperienza personale e divulgazione. L’iperfocus è un fenomeno studiato e frequentemente riportato in relazione all’ADHD, ma non è un criterio diagnostico e non è specifico esclusivamente dell’ADHD. Le evidenze disponibili sono ancora in evoluzione.

ADHD e autismo sono condizioni neuroevolutive distinte che possono coesistere e condividere alcuni tratti o processi; una diagnosi non implica automaticamente l’altra. ADHD e dislessia presentano una co-occorrenza documentata, ma restano condizioni distinte.

Le storie dei personaggi citati hanno valore biografico, non causale: non si suggerisce che l’assenza di laurea, l’ADHD o la dislessia siano la causa del successo.

Fonti essenziali e approfondimenti

• ADHD e iperfocus – Hupfeld, Abagis & Shah, 2019, PubMed

• Iperfocus: limiti e definizioni – Ashinoff & Abu-Akel, 2021, PubMed

• ADHD e iperfocus: risultati non univoci – Pimenta et al., 2021, PubMed

• Autismo e ADHD negli adulti: sovrapposizioni e differenze – Waldren et al., 2024, PubMed

• ADHD, dislessia e discalculia: co-occorrenza – van Bergen et al., 2025, PubMed

• ADHD e dislessia – Germanò, Gagliano & Curatolo, review, PubMed

• Roberto Benigni – Rai Cultura

• Massimo Troisi – Dizionario Biografico Treccani

• Federico Fellini – Dizionario Biografico Treccani

• Leonardo Del Vecchio – Fondazione Leonardo Del Vecchio

• Brunello Cucinelli – autobiografia/Thoughts

• Giorgio Armani – profilo biografico Reuters

• Steve Jobs – Stanford Commencement 2005

• Bill Gates – Harvard Commencement 2007

• Mark Zuckerberg – Harvard Gazette, 2017

• Michael Dell – Dell Technologies, storia aziendale

• Richard Branson – Virgin, dislessia e apprendimento

• Ralph Lauren – biografia corporate

• Ernest Hemingway – NobelPrize.org

• Sir Jackie Stewart – Formula 1 Hall of Fame

• Michael Schumacher – Formula 1 Hall of Fame

• Lewis Hamilton – Formula 1, intervista sulla dislessia

Testo destinato alla pubblicazione divulgativa su ADHDFacile.it e canali collegati. Revisione: 24 settembre 2026.

Un percorso in cinque prospettive

Cinque libri. Cinque parti della stessa storia.

Fronte, dorso e retro di ADHD – Un’Avventura Invisibile – Seconda edizione
CAPIRE

ADHD – Un’Avventura Invisibile – Seconda edizione

Il punto di partenza: la scoperta tardiva dell’ADHD e la possibilità di rileggere un’intera vita con una chiave diversa.

Fronte, dorso e retro di Altamente Sensibile
SENTIRE

Altamente Sensibile

La parte autobiografica ed emozionale: sensibilità, relazioni, ricordi e il percepire intensamente il mondo.

Fronte, dorso e retro di La Regola dei Primi 3 Secondi
ASCOLTARE

La Regola dei Primi 3 Secondi

Il passaggio dall’esperienza al metodo: sentire il primo segnale, osservarlo, verificarlo e scegliere.

Fronte, dorso e retro di HyperFocus 4.0
CONCENTRARE

HyperFocus 4.0

Comprendere dove mettere attenzione ed energia: ascoltare, filtrare, restare, portare a terra.

Fronte, dorso e retro di ADHD 20/80 – Meno caos. Più direzione.
SCEGLIERE

ADHD 20/80 – Meno caos. Più direzione.

Ridurre il rumore, individuare ciò che conta e trasformarlo in direzione operativa.

CAPIRE. SENTIRE. ASCOLTARE. CONCENTRARE. SCEGLIERE.
Non sono cinque libri separati. Sono cinque prospettive sullo stesso percorso: imparare a conoscere il proprio modo di funzionare e trasformarlo in una direzione.
@TheShadow – Alessandro Schiasselloni

Dal modo di funzionare al modo di lavorare

La stessa ricerca di essenzialità attraversa oggi il lavoro di Alessandro Schiasselloni: osservare, individuare ciò che conta, costruire una direzione e trasformarla in azioni concretamente utilizzabili.