La laurea può essere indispensabile. Ma non è un certificato di intelligenza. Questa distinzione sembra banale, eppure continuiamo a confondere le due cose.
Ci sono professioni nelle quali il titolo di studio, l’abilitazione e l’iscrizione a un ordine sono necessari per legge. Se vuoi esercitare determinate professioni regolamentate, non basta essere competente: devi avere il titolo che ti consente legalmente di assumerti quella responsabilità. In quel caso non c’è molto da discutere.
Il problema nasce quando facciamo un passaggio diverso: hai una laurea, quindi sei intelligente. Non hai una laurea, quindi vali meno. Ecco. Questo passaggio non funziona.
Ne avevo già parlato nell’articolo La laurea misura un percorso: un titolo accademico certifica che una persona ha completato con successo un determinato percorso formativo. È importante. Ma non misura tutto ciò che una persona sa fare, può imparare, può creare o può diventare. E quando entra in gioco l’ADHD, la questione diventa ancora più interessante.
ADHD e intelligenza non sono la stessa cosa
L’ADHD non è una misura dell’intelligenza. Una persona ADHD può avere capacità cognitive elevate, medie o inferiori alla media esattamente come qualsiasi altra persona. Il punto è un altro: avere delle capacità e riuscire a utilizzarle con continuità non sono necessariamente la stessa cosa.
L’ADHD coinvolge anche la regolazione dell’attenzione, dell’impulsività, della motivazione, dell’organizzazione e delle funzioni esecutive. Per questo possiamo incontrare una persona brillantissima che continua a rimandare, perde documenti, dimentica appuntamenti, comincia dieci progetti e ne conclude due. Dall’esterno qualcuno potrebbe pensare: «Se fosse davvero intelligente, non farebbe così». È proprio qui che nasce l’equivoco.
La ricerca mostra che un’elevata capacità cognitiva può, in alcuni casi, compensare parzialmente alcune difficoltà dell’ADHD e persino renderle meno visibili, contribuendo a ritardare il riconoscimento del disturbo. Non significa che l’intelligenza “guarisca” l’ADHD. Significa che una persona può costruire strategie sufficientemente efficaci da riuscire, per anni, a nascondere il disordine che c’è dietro il risultato. Fuori sembra tutto facile. Dentro, magari, sta correndo da una vita.
La compensazione: quando nessuno si accorge dell’ADHD
Questo è un tema che conosco molto bene. Una persona può imparare velocemente, intuire collegamenti, trovare soluzioni, anticipare problemi e possedere una grande capacità di ragionamento. Queste risorse possono diventare una forma di compensazione. La persona arriva comunque al risultato. Magari non utilizza il percorso previsto, studia all’ultimo momento, lavora in modo apparentemente caotico o passa attraverso associazioni mentali che agli altri sembrano incomprensibili. Eppure arriva.
Per anni nessuno vede l’ADHD perché tutti guardano soltanto il risultato finale. «È andato bene a scuola. Lavora. Ha costruito una carriera. Quindi non può avere ADHD». No. Potrebbe semplicemente avere trovato strategie di compensazione estremamente efficaci. Ed è anche per questo che alcune diagnosi arrivano molto tardi.
Io stesso ho dovuto costruire il mio modo di imparare
Nel mio percorso personale convivono ADHD e disturbi specifici dell’apprendimento: dislessia, disgrafia e discalculia. Se avessi utilizzato soltanto il metro scolastico tradizionale per decidere quanto valevo, probabilmente avrei avuto una percezione completamente diversa delle mie possibilità.
Ho invece continuato a studiare. Ancora oggi studio. Ma non sempre nel modo convenzionale. Ho seguito corsi, formazioni, aggiornamenti, letto, ascoltato, sperimentato, lavorato con persone e atleti, confrontato ciò che imparavo con ciò che osservavo nella realtà. Non ho smesso di formarmi perché non avevo scelto una determinata strada accademica. Ho semplicemente costruito una strada differente. Ed è una differenza enorme. Perché essere “non laureati” non significa essere “non formati”. Esattamente come essere laureati non significa aver terminato la propria formazione. Una laurea può essere un punto di arrivo accademico. La competenza, invece, richiede di continuare a imparare.
Forse non abbiamo una sola forma di essere intelligenti
Per molto tempo abbiamo associato l’intelligenza soprattutto al quoziente intellettivo. Il QI rimane uno strumento importante per misurare determinate abilità cognitive, ma non rappresenta l’intero funzionamento di una persona. Nel tempo sono stati proposti modelli più ampi, tra cui quello delle “intelligenze multiple” di Howard Gardner: linguistica, logico-matematica, spaziale, musicale, corporeo-cinestetica, interpersonale, intrapersonale e naturalistica.
È un modello che ha avuto una grandissima influenza educativa. Sul piano scientifico, però, è corretto precisare che l’esistenza di otto intelligenze completamente indipendenti non è considerata dimostrata dalla moderna psicometria. È probabilmente più rigoroso parlare di differenti abilità, attitudini e profili di forza. Ma il messaggio educativo rimane importante: non siamo tutti bravi nelle stesse cose. E soprattutto: essere deboli nel sistema attraverso il quale veniamo valutati non significa necessariamente essere deboli in assoluto.
ADHD: non è semplicemente «non riesco a concentrarmi»
Anche qui esiste un grande equivoco. La persona ADHD non è necessariamente incapace di concentrarsi. Anzi, può accadere esattamente il contrario. Davanti a qualcosa di altamente interessante, coinvolgente, nuovo o stimolante alcune persone descrivono periodi di concentrazione molto intensa, comunemente chiamati iperfocus. Il resto scompare. Passano le ore. Ci si dimentica di mangiare. Il telefono può suonare senza essere percepito. Quel progetto diventa, per alcune ore, praticamente tutto il mondo.
La letteratura scientifica studia realmente questo fenomeno, anche se l’iperfocus non è esclusivo dell’ADHD né una prova diagnostica e la sua definizione scientifica è ancora oggetto di ricerca. Per questo preferisco pensare all’ADHD non soltanto come a un problema di “quantità” di attenzione. Molto spesso è un problema di regolazione e direzione dell’attenzione. Ed è qui che trovare il proprio campo può cambiare completamente una vita.
Quando trovi il tuo campo, cambia tutto
Una delle domande che mi interessano maggiormente quando lavoro con una persona non è: «In cosa sei scarso?». La domanda è: «Dove si accende il tuo cervello?» Perché lì può esserci qualcosa. Sport, musica, tecnologia, movimento, impresa, arte, relazioni umane, problem solving, manualità, comunicazione, strategia.
Non significa che ogni persona ADHD nasconda necessariamente un talento eccezionale. Sarebbe un altro stereotipo. L’ADHD non è un superpotere. Può creare difficoltà molto concrete. Ma una persona non dovrebbe essere definita soltanto attraverso le proprie difficoltà. Il punto diventa capire in quale ambiente le sue caratteristiche funzionano meglio e quali strumenti servono per gestire ciò che continua a funzionare peggio.
Michael Phelps: «Non riuscirà mai a concentrarsi»
Michael Phelps è probabilmente uno degli esempi più conosciuti. Gli fu diagnosticato l’ADHD durante l’infanzia. A scuola faceva fatica a stare fermo e a mantenere l’attenzione. Una sua insegnante arrivò a dire che difficilmente sarebbe riuscito a concentrarsi su qualcosa. Poi arrivò l’acqua. E quel bambino che apparentemente “non riusciva a concentrarsi” diventò l’olimpionico più decorato della storia. La domanda interessante non è: «Come ha fatto a sconfiggere l’ADHD?». Forse la domanda migliore è: «Che cosa è successo quando ha trovato un ambiente nel quale le sue caratteristiche potevano essere organizzate verso un obiettivo?».
Simone Biles: ADHD ai vertici dello sport mondiale
Anche Simone Biles ha dichiarato pubblicamente di avere ADHD e di assumere farmaci prescritti fin dall’infanzia. Lo fece dopo la diffusione illecita di documenti medici relativi ai Giochi Olimpici. La sua risposta fu chiarissima: avere ADHD e curarsi non era qualcosa di cui vergognarsi. Una delle più grandi ginnaste della storia. ADHD. Le due cose possono convivere.
Jamie Oliver: ADHD, dislessia e una strada completamente diversa
Jamie Oliver rappresenta un altro esempio interessante perché unisce diversi aspetti di questo discorso. Ha raccontato pubblicamente la propria esperienza con dislessia e ADHD, le difficoltà scolastiche e il rapporto complicato con la parola scritta. Eppure è diventato chef, imprenditore, personaggio televisivo e autore di enorme successo internazionale. Non perché la dislessia o l’ADHD garantiscano il successo. Ma perché una difficoltà in un sistema non descrive necessariamente il potenziale di una persona fuori da quel sistema.
David Neeleman: costruire intorno al proprio funzionamento
David Neeleman, fondatore tra le altre di JetBlue, ha raccontato pubblicamente la propria diagnosi di ADHD. Una delle cose più interessanti della sua esperienza è il modo in cui descrive la strategia utilizzata nella vita professionale: circondarsi di persone capaci di compensare le aree nelle quali lui era meno efficace. Questa per me è intelligenza applicata. Non cercare disperatamente di diventare bravissimo in tutto. Capire dove sei forte. Capire dove sei debole. E costruire intorno a te un sistema che funzioni.
Richard Branson: quando il percorso scolastico non racconta il futuro
Richard Branson lasciò la scuola a sedici anni. È dislessico e ha raccontato molte volte quanto il sistema scolastico tradizionale lo facesse sentire poco capace. Poi iniziò a costruire imprese. Oggi parla provocatoriamente della propria formazione come della sua “University of Life”, l’università della vita: imparare facendo, sbagliando e ricominciando. Di nuovo: questo non significa che abbandonare la scuola sia una buona strategia. Significa una cosa molto diversa: il fallimento in un determinato modello educativo non consente di prevedere automaticamente il futuro di una persona.
E Leonardo da Vinci?
Leonardo da Vinci è un caso completamente differente. Non possiamo dire che Leonardo “avesse l’ADHD”. Non esiste una diagnosi. Non poteva esistere. Nel 2019 il neuroscienziato Marco Catani del King’s College London ha però pubblicato un lavoro proponendo l’ipotesi che diversi aspetti descritti nella vita di Leonardo — la tendenza a iniziare moltissimi progetti, la difficoltà a completarli, l’instancabile curiosità e alcuni comportamenti riportati dalle fonti storiche — potrebbero essere compatibili con caratteristiche oggi associate all’ADHD. È un’ipotesi retrospettiva. Ed è importante chiamarla così. Ma è affascinante pensare a un uomo capace di muoversi continuamente tra pittura, anatomia, ingegneria, meccanica, architettura e osservazione della natura. Forse perché il suo cervello non accettava facilmente i confini che gli altri consideravano normali.
Iperfocus non significa autismo
C’è infine un altro equivoco importante. Una persona ADHD può concentrarsi in maniera estremamente intensa su un interesse. Questo non significa che sia autistica. ADHD e disturbo dello spettro autistico sono due condizioni neuroevolutive differenti. Possono coesistere nella stessa persona e condividere alcune caratteristiche, ma una non è semplicemente una versione dell’altra. Le ricerche continuano infatti a sottolineare la necessità di distinguere i due profili attraverso una corretta valutazione differenziale. Quindi: iperfocus ADHD ≠ autismo. E allo stesso tempo: ADHD e autismo possono realmente coesistere. Sono due affermazioni diverse.
La mia Regola dei Primi 3 Secondi
Nel mio lavoro ho sviluppato nel tempo una grande attenzione ai primi segnali che una persona comunica. Li osservo. Ascolto il modo in cui parla. Come entra. Come risponde. Cosa evita. Le parole che sceglie. Il corpo. Le pause. Le contraddizioni. È quello che ho chiamato La Regola dei Primi 3 Secondi. Non significa fare una diagnosi in tre secondi. Non significa sapere tutto di qualcuno immediatamente. Significa avere allenato per anni una determinata forma di osservazione e di intuizione professionale.
È un buon esempio di ciò che intendo quando parlo di intelligenza sviluppata in una direzione. Quando trovi qualcosa che il tuo cervello considera davvero importante, puoi dedicargli migliaia di ore senza percepirle nello stesso modo in cui percepisci ciò che non ti interessa. E quelle ore, nel tempo, diventano competenza.
Il vero errore è cercare di essere intelligenti nello stesso modo
Forse questo è il punto. La scuola ha bisogno di criteri. L’università ha bisogno di esami. Le professioni regolamentate hanno bisogno di titoli e abilitazioni. È giusto che sia così. Ma la vita è molto più grande di un sistema di valutazione. Ci sono persone straordinarie nell’università. E persone straordinarie fuori dall’università. Ci sono persone ADHD laureate. Persone ADHD che hanno abbandonato gli studi. Persone diagnosticate da bambine. Persone che scoprono il proprio ADHD a sessant’anni. Persone con un’intelligenza elevatissima che faticano enormemente nella vita quotidiana. E persone senza capacità cognitive eccezionali che costruiscono vite solide attraverso metodo, ambiente, relazioni e perseveranza. Non esiste una formula unica.
Il titolo racconta dove sei passato. Non racconta tutto quello che sei.
Non sono contro la laurea. Sarebbe assurdo. Sono contro l’idea che la laurea possa diventare un sistema universale per misurare il valore, l’intelligenza o il potenziale umano. Il titolo racconta un percorso. La competenza racconta ciò che sai fare. L’esperienza racconta ciò che hai attraversato. La curiosità racconta quanto sei ancora disposto a imparare.
E forse la vera domanda da fare a una persona non è soltanto: «Che titolo hai?». Ma: «Che cosa sai fare? Che cosa hai imparato? Quanto continui a studiare? Come risolvi un problema quando non hai già la risposta?». E soprattutto: «Hai trovato il posto nel quale il tuo cervello riesce finalmente ad accendersi?» Per molte persone ADHD, quella potrebbe essere la domanda che cambia tutto.
Per continuare il viaggio: ADHD – Un’avventura invisibile
Molti dei temi affrontati in questo articolo nascono da un percorso molto più lungo, personale prima ancora che professionale.
In ADHD – Un’avventura invisibile racconto l’ADHD dall’interno: ciò che si vede e soprattutto ciò che spesso rimane invisibile agli altri. La difficoltà di mantenere una direzione, le strategie costruite negli anni, la compensazione, la dislessia, gli errori, le intuizioni e quel modo diverso di osservare il mondo che può diventare un limite quando non viene compreso, ma anche una risorsa quando finalmente si trova la propria strada.
Non è un manuale per trasformare l’ADHD in un superpotere. È un viaggio per comprenderlo meglio. Perché prima di cercare di cambiare il proprio cervello, forse bisogna imparare a conoscerlo.

@TheShadow – Alessandro Schiasselloni
Questo articolo ha finalità informative, educative e divulgative e non sostituisce una valutazione, una diagnosi o un trattamento sanitario da parte di professionisti abilitati.
Fonti e approfondimenti
Le storie citate sono esempi biografici: non dimostrano che ADHD, dislessia o assenza di laurea causino il successo.
- QI elevato e compensazione nell’ADHD – studio
- ADHD e intelligenza elevata – revisione
- Iperfocus negli adulti con ADHD – studio
- Iperfocus: definizioni e limiti della ricerca – revisione
- Michael Phelps racconta l’infanzia con ADHD
- Dichiarazione pubblica di Simone Biles
- David Neeleman racconta la propria esperienza
- Jamie Oliver parla di dislessia e ADHD – intervista RTÉ
- Richard Branson racconta scuola e dislessia – Virgin
- ADHD e autismo: caratteristiche distinte e coesistenza – revisione
- Intelligenze multiple e limiti delle prove empiriche – ricerca
- Marco Catani, ipotesi retrospettiva su Leonardo – King’s College London
Per approfondire il percorso, esplora ADHD e funzionamento, coaching ADHD, la mia storia e i libri.